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THE ELEPHANT MAN – Cinema Ritrovato

di David Lynch

Con Anthony Hopkins, John Hurt, Anne Bancroft, John Gielgud, Wendy Hiller, Freddie Jones.

Titolo originale . Drammatico (b/n). Durata 125 min. Gran Bretagna 1980 (Cineteca di Bologna)

THE ELEPHANT MAN – Cinema Ritrovato

THE ELEPHANT MAN

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Londra, 1884. John Merrick è un’attrazione da circo, che si esibisce sotto il nome di “The Elephant Man” ai servizi del meschino Mr. Bytes: la terribile forma di neurofibromatosi che gli ha deformato il volto lo rende infatti ripugnante alla vista. Un giorno l’ambizioso dottor Frederick Treves assiste allo spettacolo di Bytes e interviene per trasferire John in ospedale ed esporre a un consesso di medici la particolare forma di malattia che lo colpisce. Quando scopre che Merrick non solo è in grado di leggere, ma è un uomo colto, gentile e raffinato, lo trasforma gradualmente in un protagonista della buona società della Londra vittoriana.

Mel Brooks produce un adattamento delle memorie di Frederick Treves e Ashley Montagu sullo strano caso di John Merrick e ne affida la regia al semisconosciuto David Lynch, eccentrico artista statunitense sin lì autore solo del surreale Eraserhead. Sarà la scelta giusta.

Giudicare a distanza di decenni The Elephant Man significa inevitabilmente provare a contestualizzarlo all’interno della carriera del regista di Twin Peaks e scoprire in esso i prodromi di un percorso tra i più singolari e imitati del cinema contemporaneo.

Lynch racchiude la sua natura più evidentemente eccentrica nella cornice: un prologo e un epilogo onirici, che rimandano alla ricerca di una giustificazione cosmica del mistero naturale che contraddistingue il protagonista. Ma se il resto dello svolgimento narrativo è all’apparenza più classico e convenzionale – come Lynch sarà nuovamente solo in Una storia vera – i temi cari all’universo del regista di Missoula sono già fortemente presenti. Come la fiera difesa della diversità e la visione estremamente negativa sulla natura umana, ritratta nella sua ferina empietà; o la riflessione sul destino imperscrutabile e sull’importanza dell’apparenza, in una società che trova nel pregiudizio un passe-partout interpretativo elementare ma efficace.

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