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MANK

di David Fincher

Con Gary Oldman, Lily Collins, Amanda Seyfried, Charles Dance, Tom Burke, Arliss Howard.

Titolo originale Mank. Drammatico (colore). Durata min. USA 2020 (Lucky Red)

MANK

MANK

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Victorville, California, 1940. Lo sceneggiatore alcolizzato Herman J. Mankiewicz, temporaneamente infermo a causa di un incidente, si isola nel mezzo del deserto del Mojave con due assistenti per dar vita a uno script commissionato da Orson Welles, ventiquattrenne talento del teatro a cui la RKO ha dato carta bianca. Mankiewicz, detto Mank, cerca ispirazione tra i ricordi e rievoca eventi degli anni precedenti, che lo hanno visto spesso ospite del magnate William Randolph Hearst e al servizio del capo della MGM Louis Mayer. Tra questi le elezioni del 1934 per il governatore dello Stato, in cui simpatizzava per il candidato democratico dalle tendenze socialiste Upton Sinclair, apertamente osteggiato da Hearst e Mayer.

Una delle principali critiche mosse ai biopic, e in genere ai film con un cast smisurato, riguarda l’incapacità di regalare ai personaggi minori lo spessore psicologico necessario. Basterebbe la cura con cui in Mank ogni singolo comprimario è tratteggiato a rendere l’idea su quanto il film di David Fincher si allontani dal canone biografico e dalle sue mancanze.

Tanto da non poter nemmeno essere definito biopic, nonostante rechi nel titolo ad personam il soprannome con cui si faceva chiamare Herman J. Mankiewicz, co-sceneggiatore di Quarto potere. Fincher non racconta una parabola individuale, con il suo arco di ascese e cadute. Racconta la genesi del film più importante di sempre, la cui paternità è contesa: nel 1971 infatti il saggio di Pauline Kael Raising Kane offuscò il genio di Welles attribuendo il merito della sceneggiatura interamente a Mankiewicz.

Forse è per questo che nei titoli di testa di Mank David Fincher attribuisce i meriti dello script totalmente al padre Jack, che non riuscì mai a far realizzare il film dagli studios hollywoodiani. Grazie a Netflix, invece, Mank vede la luce. E con lui lo spaccato di un’epoca unica, quella d’oro del cinema hollywoodiano, apparentemente così lontana nel tempo e nelle abitudini dal 2020 in cui il film viene portato a termine e invece così affine.

Per farlo Fincher veste letteralmente la pelle di quella Hollywood, in un bianco e nero sfavillante, con scenografie che paiono estratte di peso da quelle sontuose produzioni cinematografiche. Quasi che il regista di Seven volesse trasportarci nella Xanadu autentica, in quel mondo dorato e crudele di cui Quarto potere rappresenta una critica e insieme una confessione di complicità e correità. Ma anche questo è un trucco.

Programmazione film
Cinema Méliès – en plein air - Via della Viola n. 1
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